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'verso portorotondo’


Incipit

Sto guardando un mare trasparente, cristallino, dall’aspetto tropicale, con acque che lasciano vedere il fondale che spazia le sue screziature dal verde smeraldo chiaro all’azzurro vellutato al blu oltremare in lontananza. I colori caldi del cielo al crepuscolo creano un contrasto dall’effetto bellissimo coi colori freddi e profondi del mare calmo. Cammino fra sterpaglie attraversando cespugli dai profumi forti e intensi, che impongono la loro presenza anche se non richiesta, e che costringono a chiedersi quale pianta li emani. Sono giunto fin qui attraverso una strada più ipotetica che reale con la mia Giulia T, attraversando luoghi impervi e solitari nei quali un incontro è più motivo di inquietudine che di sollievo. Difficile credere che questi luoghi si trovino a poche centinaia di chilometri dalla mia brumosa, industriosa e scorrevole pianura, nonostante il mare in mezzo. Ora che sono giunto nel luogo dove il lavoro e forse il destino mi hanno mandato, mi sembra che qui, di fronte a questo golfo, non valga la pena perderci né tempo né denaro. Tutto, qui, la geografia per prima, sembra rigettare ogni proposta di accoglienza. Sto guardando un mare
di dubbi. Appena entrato nell’ufficio del Conte Nicolò, Ermanno vede un uomo di dimensioni enormi parlare con lui; viene a sapere che si tratta di un palombaro, uno specialista in recuperi sottomarini, e, poco più tardi, viene messo al corrente del progetto: i conti Nicolò e Luigi Donà dalle Rose intendono acquistare una grossa imbarcazione per iniziare un’attività di recuperi sottomarini, di relitti bellici, al largo delle coste israeliane; il palombaro col quale Nicolò prende accordi è anche un capitano, e, presumibilmente, comanderà le operazioni di recupero. Il mestiere di Ermanno lo aveva abituato a piacevoli novità e mutamenti di direzione, sempre straordinari e portatori di ventate d’entusiasmo; ma la notizia di una lunga spedizione nelle acque calde del Mediterraneo orientale non lo entusiasmava. Non era certo un imprevisto mutamento delle ordinate abitudini di lavoro, nell’azienda che dirigeva a Milano e di cui i conti veneziani erano proprietari, ad infondergli più perplessità che entusiasmo di fronte ad una simile prospettiva, ma il suo senso pratico. Quello che lo aveva portato a posizioni sempre di primo piano nelle diverse attività svolte fino ad allora. In termini più crudi, quell'idea non gli piaceva affatto. Fortunatamente quella prospettiva svanì e la fugace visione del palombaro-capitano che parla con Nicolò rimase una fugace visione; non avrebbe mai più rivisto quell’uomo. Poco tempo dopo fu un’altra visione, meno inquietante, ad imprimersi nella sua memoria come un segno del destino: sono due distinti signori, che più tardi si sarebbero rivelati due architetti, che parlano col conte Nicolò. La conseguenza immediata di quell’incontro si sarebbe rivelata pochi giorni dopo, una sera d’autunno. Nicolò lo esorta ad acquistare dei rullini fotografici; presto! Prima che i negozi chiudano. Bisogna immortalare un certo tratto di costa in Sardegna. In Sardegna. A far ché in Sardegna? Non ci sono che pecore, banditi e carceri per banditi. Oltre a montagne dalle gole oscure ed inaccessibili finché memoria storica occorre ad informarci. E miniere millenarie. Carbone e metalli. Ma non c’è spazio per riflettere su questa nuova iniziativa dei conti, e in breve Ermanno si ritrova ad imbarcarsi a Genova. Il traghetto, ormeggiato sul molo e pronto al viaggio, che sarebbe stata la sua casa galleggiante per diverse ore, appariva come un moloc al quale sacrificare alcune poche centinaia di passeggeri. Altra visione poco incoraggiante. Una volta a bordo però, al momento di issare la sua Giulia fiammante con corde e ganci, è confortato dalla presenza del capitano, che è una persona straordinaria; assiste alle operazioni di issaggio e si prende cura dei suoi passeggeri come fosse un padre, un padre per quindici ore soltanto, fino allo sbarco a Porto Torres. Oscuro scalo isolano. Paesaggi di tempi remoti gli scorrono ai fianchi mentre percorre solitario la statale che dal porto occidentale, sul Golfo dell’Asinara, porta a quello orientale sul Tirreno. Sulla destra l’affascinante visione di una grande chiesa immersa in innumerevoli ettari di verde, a perdita d’occhio, composta da blocchi di pietra nera e bianca, dopo chilometri di natura ininterrotta. E un articolatissimo massiccio granitico sulla sinistra, dopo un’ora di monotono rollìo d‘asfalto. Solo pochissimi mezzi incrociati durante un viaggio di più di cento chilometri, e finalmente Olbia. Altro porto isolano. Meno oscuro. E da Olbia a nord, lungo l’incerta strada costiera, stretta e sterrata, larga appena per due mezzi che però si spostano sui rispettivi fianchi destri, per lasciarsi

abbastanza spazio da passare indenni. Deve raggiungere la località di Rudalza; dove qualcuno potrà informarlo, o magari, gentilmente, accompagnarlo verso la sua destinazione. Rudalza non è altro che poche tetre case di pietra, inerpicate fra ripidi colli granitici. Fuori, quasi sulla strada, vede alcuni individui dagli abiti, la barba e lo sguardo scuri. Uno sguardo penetrante e molto poco accogliente; e semichiuso, tanto da scintillare da due strette fessure. Sono le prime persone che incontra dopo Olbia. … Un mare basso per giunta. Davvero non so come qualcuno potrebbe divertirsi a immergersi in poche decine di centimetri d’acqua. Metri e metri in avanti lontano dal bagnasciuga e ancora il pelo dell’acqua all’ombelico. Prima di vedere il nero al posto del fondo smeraldino si dovrà arrivare alla linea dell’orizzonte! Sono abituato ad altri mari. Il nero appena sotto i miei occhi dall’alto di uno scoglio o una roccia a picco, che mi inghiotte dopo un tuffo, nel mare gentile di Capri, che ti fa poi la cortesia di sospingerti verso la superficie una volta esaurita la spinta del tuffo. Oppure il nero delle acque del Mar del Nord, nell’algida Svezia, che non ti fa la cortesia di sospingerti verso la superficie una volta esaurita la spinta del tuffo; e devi forzare per non continuare a scendere, avvolto da quel nero muto, e spingerti da solo verso l’aria e la luce. Perché un mare freddo ha una scarsa evaporazione e il sale che spinge a galla è più diluito che nei mari caldi. Ed è privo di quella forza salvifica. Ermanno non riceve nessun gentile invito ad accompagnarlo verso il tratto di costa indicato dai conti. E meglio così del resto; gli equivoci individui incontrati ad Rudalza sembrano dei tranquilli banditi, irridenti quanto basta per ringraziare, salutare e porre in fretta alcuni salutari chilometri fra te e loro. Non gli resta che sacrificare la sua nuova Alfa fuori dall’asfalto e arrischiarsi da solo sullo sterrato, invaso ai lati dalla ruvida macchia verde scuro dal profumo penetrante quasi fino allo stordimento. Attraversa terreni chiusi da muretti a secco, composti da ciottoli grezzi dell’eterno granito di questa terra. Tranquilli animali d’allevamento si voltano pigramente a notare appena la rumorosa intrusione nel loro mondo; una volpe incrocia lesta fra gli arbusti, apparendo e scomparendo fra uno e l’altro. Quiete di bestie al pascolo... … E poi la costa, l’immediato entroterra; colline aspre puntellate da affilati affioramenti granitici che sembrano posti a guardia da qualunque intenzione di impiantarvi la più elementare abitazione, figurarsi un albergo, o un intero villaggio per vacanze. No, no davvero; questo non è il luogo adatto al progetto dei conti. Manca l’ospitalità. Della natura innanzitutto, e della gente in seguito. L’autunno è ancora caldo; il silenzio quasi assoluto, come nei sogni. Tanto che Ermanno, abituato al chiasso vitale e frenetico di Milano, o degli uffici dell’azienda; un rumore rassicurante, anche con la nebbia ad appannare la vista ma non le idee, si trova spaesato di fronte al mutismo di questa landa sperduta. Spento il motore dell’auto, giunto al golfo a piedi, con la macchina fotografica già in mano, si volta spesso attorno e dietro le spalle. Il silenzio non è  assicurante. L’aria limpida e tersa della costa gallurese appanna le idee. Ma non la sua mano che scatta e immortala questo golfo tondo; come appare da una leggera altura della costa, senza sapere che quelle immagini saranno l’inizio di una storia. Lunga quasi cinquant’anni. Ero solo, confuso dalla fulminante proposta di assumere un impegno senza il tempo di maturare una riflessione, né tantomeno valutare se ne avessi predisposizione e capacità attitudinali, perché potessi assolverla responsabilmente. Privo, dunque, della necessaria esperienza per accettare un incarico che presupponeva il coordinamento e la direzione di un piano evolutivo per un progetto che, come fui sommariamente informato, consideravo nebuloso, indeterminato nei contorni e nel presupposto non meno che nel risultato finale. Il piano consisteva nello sviluppo di un centro ospitativo indirizzato al settore turistico e residenziale in Sardegna. Sic et simpliciter. Arrovellavo questi pensieri mentre ammiravo quell'immenso paesaggio irreale, al confine tra terra e mare, immerso in una natura lussureggiante ed aspra di un tratto di costa della Gallura. Mi sentivo spaesato di fronte al mutismo di quella landa sperduta. Sott'occhi avevo la carta topografica del posto che punteggiava, centrava l'attenzione su un toponimo curioso, intrigante: Porto Rotondo." Ecco finalmente un punto di riferimento, un nucleo di condensazione dei miei dubbi: un nome. Ognuno dei frammenti di pensiero che avevano occupato la mia mente fin dalla richiesta perentoria dei conti, di fotografare un tratto di costa, questo tratto di costa, si ricompone ora, in un lampo, e ritrovo le mie familiari facoltà tese all'azione coerente verso uno scopo, un risultato. Ora so da dove partire.
Esiste questo posto?
Esiste Porto Rotondo?
È segnato da qualche parte o è solo nella memoria bucolica dei poco rassicuranti abitanti del posto; sfingi dai volti scavati dal vento, che qui sembra segnare il tempo più di qualunque orologio. Il nome è segnato sulla carta; ma è conosciuto? Chi sa che esiste? Ed è stato qualcosa prima... prima di quando? Ma ormai questi non sono più dubbi; sono azione. Mi volto a guardare ora, questo amplesso tra macchia mediterranea così profumata da stordire, e le acque calme intrappolate da un abbraccio di terra, con una direzione sicura. La nebbia è tornata nella pianura Padana; e poi mi volto ancora, dietro di me, verso il sole al tramonto e il verde accarezzato dagli ultimi sussulti del sole, e un'ombra nitida si avvicina. Un uomo, un vecchio. L'oscurità della sera non può velare la luce del suo sguardo. Per un attimo mi sento smarrire fuori dal tempo e senza che alcun ricordo stia fra l'ombra e lo sguardo lucente, ed io e il vecchio seduti su una roccia a parlare. Anzi, io ad ascoltare e lui a parlare. Solo dopo; molto tempo dopo, mi sono accorto che quell'incontro è avvenuto nel più improbabile dei salotti e nel più inedito dei fondali. Ma nel mentre, prima, è accaduto che sentissi la storia più affascinante che potessi mai sentire. "Il mio nome è ormai fuso con questo luogo; diciamo che ne sono lo spirito. Ma se proprio non puoi fare a meno di chiamarmi, dato che ancora tu non sai nulla, puoi dire che mi chiamo Hemy. E non chiedermi che nome sia, perché è solo un  modo per aiutarti a capire; la mia barba e la corona di capelli candidi che mi incornicia la testa dovrebbero darti una suggestione sufficiente a non fare domande. Tuttavia sei autorizzato a parlare se, e solo se, fossi colto da ispirazione. Ho i capelli troppo bianchi per sopportare banalità inutili. E poi io devo solo raccontarti quello che vedo e che sento qui intorno; non penserai che abbia voglia di fare lo sforzo di ricordare?! Ma nessun pensiero, né in forma di domanda, né tanto meno di ispirazione, poteva essere così lontano, in quel momento, dal passarmi per la mente. Potevo solo stare a sentire.


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